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Gaetano
Blundo - Le canne e i bastoni
di Corrado Di Pietro
La solitudine
dei monti, il silenzio disteso nelle valli, il sole cocente e la luce che si
spande come una calda coperta trapunta di colori; la terra pietrosa e arsa,
il lussureggiante campo di grano, il cielo infinito e gli uccelli che lo
tessono come lenzuola di lino, la melodia agreste di uno zufolo tra bosco e
bosco … la Sicilia del mito e dell’arcadia … la Sicilia del lavoro e del
sudore … la Sicilia! Se chiudi gli occhi dopo aver visto le opere di Gaetano
Blundo rivedrai queste immagini, penserai a queste dimensioni della memoria
e dello spirito, perché la Sicilia è innanzitutto condizione dell’anima,
emozione e spasimo. Di questa dimensione antica e mitica - tempo senza tempo
e storia senza storia – oggi nulla rimane e la terra degli dei viene
intristita dalle vicissitudini degli uomini che legano i loro giorni al
giogo della fatica e della lotta. Nulla rimane delle ninfe che passeggiavano
sulle rive dei ruscelli e dei laghi, nulla rimane del cosmico dolore di
Cerere che cerca la figlia Proserpina rubata da Plutone e portata negli
inferi, come moglie. Nulla dell’amore di Alfeo per Aretusa e nulla della
cantata dei pastori nelle sere settembrine. Sul corpo di questa terra è
stata scritta gran parte della storia del mondo e il tempo del mito è
sprofondato nelle viscere più profonde della nostra memoria, come uno stato
dell’essere che riemerge ogni tanto, quando qualcosa riapre le antiche
stanze della coscienza. Ci illudiamo di vivere nel miglior mondo possibile,
di legare quest’isola del sole alle nebulose terre della Germania e
dell’Inghilterra, di assimilare i nostri cromosomi a quelli dei popoli della
steppa e delle alture della Spagna, di allargare i confini della nostra
quotidiana avventura fino ad abbracciare il mondo intero, nel falso mito
della globalizzazione e della cultura di massa; ora perdiamo un gesto antico
che ci accompagnava in un rito religioso ora dimentichiamo una parola del
nostro dialetto ora oscuriamo il ricordo di ancestrali suoni e odori della
nostra terra. Tutto si perde un poco per volta e al posto di ciò che
perdiamo non mettiamo più nulla, perché il mondo appartiene ai giovani e ai
bambini e non più a noi, gente divisa fra due epoche e fra due culture tanto
diverse. Senza questa premessa, esistenziale e ontologica, non ci possiamo
addentrare nel mondo favolistico di Blundo; non capiremmo né l’afflato
poetico delle sue opere né la lezione etica che da esse deriva. Blundo è
l’ultimo dei pastori del- l’antica arcadia siciliana, l’ultimo dei
parnassiani poeti che rievocano le immagini di un mondo scomparso ma che
molti di noi ancora ricordano; Blundo è uno zufolo che suona fra sirene e
clacson in questo tempo di rumori e di confuse grida. Blundo è un creatore
di pastorali e di presepi! Già basterebbero queste due sole forme prodotte
dal suo lavoro manuale per capire le coordinate del mondo di quest’artista
siracusano: il pastorale, simbolo di saggezza profetica, di sacra autorità,
di patriarcale condizione; il presepe, di canne e di legno, icona del divino
fra noi, antico segno dell’amore familiare e della semplicità degli umili e
dei poveri. Nella crea zione di pastorali artistici, finemente intagliati,
portatori di favole, di miti, di racconti letterari, di fantasie e di storie
c’è tutto il mondo di Gaetano Blundo e nella creazione di surreali presepi
di canna o di residui d’albero c’è invece la speranza di Blundo per un mondo
più semplice e schietto.
I
PASTORALI
Sono essenzialmente dei bastoni di legno – virgulti o rami di faggio, di
quercia, di limone, di carrubo, di alloro – nella cui corteccia,
opportunamente trattata, viene incisa una storia, una narrazione, e sul cui
capo viene scolpita un’immagine antropomorfa o vegetale, a simboleggiare e
riassumere il tema trattato. È una lezione che si sviluppa per immagini
lungo il corpo legnoso di un bastone in cui corteccia, sottostante fondo e
elementi nodosi, piccole protuberanze e accenni di ripartizioni legnose,
diventano forme eleganti ed esplicite di un racconto legato alla terra di
Sicilia o ai suoi miti. In queste opere non c’è solo la sapienza del fare,
già tanta e davvero strabiliante nel cesello delle immagini, ma c’è anche la
sapienza della conoscenza, l’assimilazione di un mondo di antichi valori che
muovono le mani dell’artista e ne motivano i risultati. Si guardino i
quattro bastoni delle stagioni: la Sicilia vi è raccontata nelle sue
ancestrali forme contadine e climatiche. “Così – dice Sebastiano Burgaretta
in Sapienza del fare 1996 – per la primavera si presenta unamiriade ordinata
ed elegante di fiori trapunta da rondini in volo e da uccelli in amore. Non
manca la chiesa, incastonata in una profluvie di abbondante vegetazione
caratterizzata anche dalla presenza di animali. L’estate è rappresentata dai
lavori della mietitura e della trebbiatura con gli antichi sistemi
contadini. Si vedono così il mulo, che, guidato dal- l’uomo pisa il grano
sull’aia, i contadini che con pala e tridente collaborano, le donne che al
vento ripuliscono il frumento dalla pula, i sacchi già pieni di prodotto
ripulito, un contadino che tira dal pozzo l’acqua necessaria a spegnere la
sete nel caldo estivo. L’autunno presenta le varie fasi del processo di
vinificazione, dalla vendemmia tra i pergolati alla spremitura nel palmento
col sistema tradizionale descritto nei minimi dettagli, al trasporto con i
carrateddi sistemati sul carretto siciliano. L’inverno è rappresentato con
la scena del presepe colto nella tipologia orientale con la presenza di
cammelli e arricchito da motivi vegetali presi dalle tradizioni nordiche e
da riferimenti astrologici. Tutti e quattro i bastoni hanno al- l’apice, al
di sopra dell’impugnatura, una figura umana, scolpita a tutto tondo, che
simboleggia la stagione di riferimento: due donne per la primavera e
l’estate, due uomini per l’autunno e l’inverno.” Questi quattro bastoni, che
sono un po’ la summa dell’opera blundiana, gettano le basi di quel discorso
antropologico che stavamo facendo; la civiltà contadina è vista come
contraltare di quella tecnologica che abbiamo costruito. Ed è un bel dire da
parte di un artista che per vivere fa l’ingegnere e che progetta, con
l’aiuto di tecnologie moderne, le ardite strutture di fabbriche e di
impianti chimici. Il fascino degli antichi mestieri, l’arcaico ritmo dei
gesti contadini, il sacro tempo del lavoro e della festa, trovano in queste
sapienti in cisioni una forte compiacenza, una condivisione di quel tempo
che rivive nella memoria con la nostalgia tipica delle cose buone perdute
per sempre. Ma la lezione di Blundo, che si esplicita in numerosi altri
bastoni di chiaro riferimento arcadico-pastora- le o di accorata citazione
sociale e affettiva (vedi quello dedicato al padre e ancora di più quello
chiamato A facci rispirata), ha anche una dimensione estetica che bisogna
evidenziare. C’è una bellezza formale, una perizia tecnica e stilistica, una
partecipata emozione e una potente forza evocativa che costituiscono la
cifra più alta dell’arte di Gaetano Blundo e in assoluto una delle
esperienze d’arte più riuscite in questa originale figurazione tecnica. Ma
c’è sopra ogni cosa il senso profondo della figura che occupa ambiti
inverosimili per forma e sviluppo spaziale, ora contratti in una macchia
scura di colore, ora allungati – verde, marrone, rossastro – in un disegno
che si alza dal basso verso l’alto in una dimensione ascensionale di stampo
gotico, anelito verso la figura tridimensionale che sta all’apice, che tutto
chiude e raccoglie. Le vicende del mare sono cantate in tre bastoni che
narrano storie di vinti: Facci rispirata si rifà a un luogo della scogliera
siracusana di levante, in Ortigia, da dove le donne aspettavano a sera il
ritorno di figli e mariti dopo una giornata di pesca. L’attesa era
disperante e disperata l’assenza di qualcuno che non tornava. La piccola
scultura apicale della madre bambina, chiusa nelle sue forme, bloccata come
un masso, ci fa vedere tutta la disperazione e il dolore per un ritorno che
non avviene e la caduta del- l’uomo in fondo al mare viene accompagnata da
un seguito di pesci, muti testimoni di quella tragedia. Anche nell’altro
bastone, Omaggio a Verga, si racconta una tragedia del mare: è il naufragio
di una barca carica di lupini, con a bordo alcuni membri della famiglia dei
Malavoglia; una barca che simboleggia il naufragio non solo fisico di tanti
siciliani ma anche quello morale ed esistenziale di questo popolo che è
stato scippato di tutto, nella sua lunga storia. Qui Blundo ha un forte
richiamo drammatico, che supera anche la disperata pagina verghiana, e si fa
grido strozzato, pianto ncutugnatu, luttuoso sentimento del destino che, con
nere ali d’uccello, incombe sulle vicende umane. Il terzo bastone è un
affettuoso omaggio a Domenico Modugno e al suo Piscispada. Storia di pesci e
di uomini, di dolore e di morte anche questa, come se la dimensione ultima
del mare sia proprio quella della tragedia. C’è molto della concezione greca
in questa visione del mondo; molto dell’ineluttabilità del destino che
governa le esistenze umane. Ma la Sicilia torna di continuo in questi
bastoni, torna come un’esigenza non solo sentimentale, come abbiamo visto,
ma anche letteraria e culturale. Il bastone dedicato alla Cavalleria
Rusticana, con la cupezza cromatica delle figure e la loro accentuata
gestualità, coi simboli tipici della dimensione storica della Sicilia –
scuzzetta, fico d’India, coltello, scialle, vino ecc – è un omaggio anche a
Mascagni e a certa idea di Sicilia, letteraria e mitica, fatta da un artista
colto e raffinato, che sa trovare anche nel più classico dei mitologemi
siciliani – quello dell’onore offeso – un luogo di comunione fra arte e
citazione. Cosicché dove finisce la citazione verghiana e più ancora quella
musicale di Mascagni comincia la lezione di Gaetano Blundo, legata agli
archetipi siciliani del gesto tragico e dell’esperienza drammatica della
vita. Anche nel bastone dedicato alla Risurrezione di Cristo viene fuori la
profonda ricerca culturale e spirituale di Blundo. Il racconto evangelico
della passione e morte del Cristo e poi della sua resurrezione è denso di
riferimenti biblici, di figure incise con forza e precisione, di invenzioni
continue dal punto di vista formale, di forte tensione emotiva. Lo stile di
Blundo qui si magnifica pienamente; memore della grande lezione iconografica
che ci viene dall’arte rinascimentale, lo scultore siracusano dà sfogo alla
sua sensibilità artistica e alla sua invenzione, incidendo figure e croci
che rimandano spesso ai pittori cinquecenteschi senza tradire l’essenzialità
formale della pittura moderna. Poi, come d’incanto, vedi comparire altri
bastoni: alberi, funghi, piante, uccelli; tutta la natura qui si dà
appuntamento in una fantasia di colori vivaci e allegri, a raccontare storie
di boschi e di funghi che intarsiano bastoni anatomici nell’impugnatura e
adatti a qualsiasi terreno, a ripercorrere ancora e magnificamente le strade
di una formalizzazione elegante e ardita, fatta di incavi e di sporgenze,
ora trattata con il basso e l’alto rilievo ora realizzata a tutto tondo in
una scultura che ricorda molto le antiche figurazioni pastorali e tribali
dei popoli primitivi. Ogni bastone diventa quindi un talismano che, non
perdendo tuttavia la sua funzionalità, aiuta a conciliare le forze della
natura verso la delicata raccolta dei funghi o verso la dimensione magica
dei folletti e degli altri abitatori dei boschi. Sono bastoni colorati e di
rara bellezza, incisi con il sorriso sulle labbra, con l’ironia tipica
dell’intellettuale che si compiace scherzosamente del fiabesco mondo dei
funghi, dove girano e danzano i folletti, le streghe e i maghi, dove si
agitano venti e soffioni di orchi, dove gli alberi hanno l’infantile grazia
della favola. In questa dimensione favolistica si collocano le tre opere
suscitate da Eugenia Serafini, una creatrice di forme poetiche tra parola e
disegno. Qui, stimolato dal canto libero d’Eugenia, Gaetano Blundo inventa
figure strabilianti e nel piccolo spazio della corteccia di un bastone o in
quello di una canna vedi volare uccelli e farfalle, vedi cavalieri veloci su
neri cavalli, vedi strutture di canne che ricordano le filatrici e che si
liberano nell’aria con affascinante eleganza.
I PRESEPI
E LA CANNA
Il tema del Natale ha da sempre affascinato il nostro artista ed è stato
trattato sia nei bastoni (Natale a Milano) sia soprattutto con la canna. I
presepi di canna sono originali e suggestivi e non potresti mai immaginare
come la semplice e volgare Arundo Donax – è il nome scientifico della canna
– possa diventare figura di un presepe e stella e capanna e tutto un mondo
animato d’ani- mali e di piante, come si conviene ad ogni rappresentazione
della natività di Gesù. Su questi lavori ci sarebbe da dire molto; mi
limiterò soltanto a due aspetti che non possono essere trascurati: i
materiali adoperati e la filosofia che li ispira. I materiali sono semplici:
la canna, innanzitutto, e i residui di legno da ardere, detti Stedda, nel
dialetto siciliano. La canna è il legno più umile che ci sia, il più
frequente in campagna e forse anche il più utilizzato dai contadini nei loro
manufatti do mestici e di lavoro. La canna è vuota nel suo interno, è solida
e forte nella sua struttura nodosa, è rigida quando è intera ma flessibile
se tagliata a lamelle; la canna s’intaglia bene, si presta a formare
strutture di qualunque tipo. La canna è lo zufolo dei pastori e Blundo ne ha
costruiti di fischietti (friscaletti), di tutti i toni e le forme; ne ha
realizzati manufatti e animali con la canna. L’utilizzo della canna è una
precisa scelta di Blundo, che vuole ripetere gesti e tecniche degli antichi
incisori-intagliatori siciliani – contadini e pastori – quasi a perpetuare
una stilistica del fare che si va perdendo definitivamente. Quindi ecco le
figure a tutto tondo, ora avvolgenti in una foglia legnosa ora racchiuse in
una mezza lamina di canna; forme di un’arte originalissima, fra il totemico
e il simbolico, fra il figurativo e l’astratto, immerse in strutture di
forte richiamo espressionistico (vedi la serie dei presepi nelle radiche di
legno). È un’arte popolare? Non mi pare. Non lasciamoci condizionare dalla
scelta dei materiali; la formalizzazione di queste opere è studiata,
ricercata, voluta, ricca di richiami e di reminiscenze culturali ed
artistiche di buon livello; la stessa simbolica rappresentazione di
particolari minuti e di aspetti che sembrerebbero secondari o non leggibili
denota la ricerca intellettuale e spirituale di Blundo. Si prenda la
scultura L’innesto, “realizzata – come dice l’autore – su di un ceppo di
forma semicircolare all’innesto tra l’arancio amaro e il mandarancio. Dai
rami da esso generati, in ordine antiorario, San Giuseppe tiene la mano alla
Madonna col braccio teso sotto il mantello, l’Angelo in ginocchio sovrasta
la scena e più sotto il bue e l’asinello. Al centro, nel vuoto lasciato dal
legno marcito dal taglio d’innesto, una luce accecante sgorga captando lo
sguardo del gruppo. Ogni figura parte grezza dalla base e man mano che si
passa dal selvatico al domestico, la forma si definisce e si affina in un
continuum crescente come in un percorso di purificazione verso il cielo.”
Questa simbologia agreste ci spiega bene il grande innesto della cristianità
nella vecchia civiltà pagana e ci suggerisce, attraverso una piccola
scultura, quale sia la grande scultura di Dio nella storia della Salvezza.
Siamo scivolati, come si vede, nel- l’altro aspetto che mi premeva
sottolineare, quello esegetico e filosofico. Blundo interpreta il mondo come
un sacerdote della natura, contadino o intellettuale che sia. La lezione che
ne ricava è quella antica e sempre attuale dei profeti biblici: la natura è
il regno dell’uomo ma anche la casa di Dio, per questo bisogna amarla e
rispettarla. Dalla natura si traggono tutti gli elementi della nostra vita,
da ciò che mangiamo a ciò che utilizziamo; essa è madre e padre, fratello e
sorella, amico e amica, anche quando sembra scacciarci dal suo letto. La
natura è immagine della bellezza e della potenza di Dio; il creatore in essa
si compiace. Noi, purtroppo, abbiamo tradito la natura e quindi anche Dio;
il peccato è l’oscuro manto dell’an- gelo del Male disteso sulla nostra
storia. Fino a quando queste ali di peccato e di morte oscureranno la terra
non ci sarà posto, nei presepi di Blundo, per il Bambinello che nasce, come
se non meritassimo l’avvento del Signore. Per questo i presepi di quest’artista
sono orfani del personaggio principale!
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